Ma che Vergogna! Quante volte, quando dobbiamo scegliere cosa indossare, ci fermiamo davanti all’armadio aperto pensando:
Adesso cosa mi metto?
Non mi sta bene niente.
Non mi piaccio per niente.
Scrutiamo e studiamo attentamente il nostro ampissimo guardaroba fino a che lo vediamo. Eccolo lì. Il solito capo che scegliamo tutti i giorni, o almeno nelle occasioni in cui abbiamo paura di sbagliare. Sì esatto, sbagliare. Paura di andare fuori dagli schemi. Paura che quella maglietta sia troppo scollata, che quel vestito sia troppo aderente, che quel colore sia troppo acceso.

Mi è capitato spesso di pesare: mi metto il nero, così sono sicura.
Ma sicura di cosa?
Sicura di non apparire troppo, di non essere notata. Sicura di nascondermi bene in mezzo alla gente.
Dietro a questo atteggiamento che manifesta insicurezza, c’è un’emozione molto potente: la vergogna.
Tutt* nel corso della vita facciamo i conti con la vergogna, nei momenti più disparati: in famiglia, a scuola, con gli amici, nelle relazioni sentimentali, al lavoro, nello sport, riguardo al nostro aspetto fisico.

Provare vergogna è del tutto normale, ci aiuta ad empatizzare con l’altro, oltre ad essere una delle emozioni di base di cui è dotato l’essere umano.

Vuoi saperne di più su questo tema?

Allora continua a leggere il mio articolo sul sito di Alessandra, Untraditional Style Coach che trovi qui sotto!

Conosciamo l’Assertività.

Con il termine Assertività si intende «un comportamento che permette a una persona di agire nel proprio pieno interesse, di difendere il proprio punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i propri diritti senza ignorare quelli altrui» (Alberti e Emmons, 1970; Smith 1975).

Ovvero è la CAPACITA’ DI:

  • esprimere i propri desideri, bisogni ed emozioni;
  • difendere i propri diritti;
  • manifestare le proprie critiche.

COME?

In modo:

  • onesto;
  • diretto;
  • chiaro;
  • rispettoso.

Assertività è quindi sinonimo di Auto-Affermazione.

Tutti noi abbiamo dei livelli di assertività, che si esprime nelle diverse aree della nostra vita: familiare, scolastico, lavorativo, affettivo e sociale.

Nel relazionarci nel mondo esterno, possiamo adottare tre tipi principali di comportamento:

  • Comportamento passivo: tipico di chi tede ad inibire le proprie emozioni, a mettere a tacere i propri bisogni, a scusarsi eccessivamente ed essere sempre accondiscendente, per paura di perdere l’approvazione o l’affetto altrui. alla base di questo comportamento possono esserci una bassa autostima, la paura del conflitto o di esporsi, la paura del giudizio, il senso di colpa. Il risultato sarà una difficoltà nell’espressione chiara di sè, con una tendenza a mettersi sempre in secondo piano, per paura di far sentire la propria voce. E se ci pensiamo bene, in queste persone il tono di voce è molto spesso pacato, insicuro, basso. La postura indica insicurezza, passività.
  • Comportamento aggressivo: tipico di chi riesce ad ottenere ciò che vuole a spese dell’altro, rovinando il rapporto, prevaricando, non tenendo conto del parere o delle emozioni del suo interlocutore. Chi agisce così non ammette mai di aver torto e può arrivare ad offendere e screditare gli altri, arrivando perfino all’aggressività verbale e/o fisica. E’ ostile, irritabile, non chiede scusa, tende ad aver bisogno di alzare la voce e usare la prepotenza per farsi ascoltare.
  • Comportamento assertivo: tipico di chi riesce ad esprimersi in modo socialmente adeguato, senza imbarazzo, paura o senso di colpa, senza aggredire l’interlocutore. La persona assertiva agisce per difendere i propri bisogni e opinioni, senza mancare di rispetto a se stessa è all’altro. Mantiene una buona opinione di sé anche quando non riesce a raggiungere il suo obiettivo. Questo tipo di comportamento si pone a metà strada fra il passivo e l’aggressivo. E’ la giusta via di mezzo.

Puoi considerarti assertivo se:

  • riesci a riconoscere ed esprimere i tuoi, desideri, emozioni ed opinioni senza paura;
  • sei onesto con te stesso e con gli altri;
  • vivi le relazioni in modo aperto e disponibile;
  • rispetti te stesso e la tua salute psico-fisica;
  • accetti il punto di vista altrui;
  • ti astieni dal giudicare;
  • sei pronto a cambiare opinione;
  • non permetti agli altri di manipolarti;
  • eviti di manipolare l’latro;
  • hai una buona autostima.

Ti rivedi in queste caratteristiche o in alcune?

Se no, non preoccuparti, la buona notizia è che l’assertività si può migliorare!

Come?

Spunto pratico: Inizia ad osservarti nelle varie situazioni di vita, come se ti guardassi dall’esterno. Sentiti nel tuo corpo.

Perchè?

Perchè il comportamento assertivo si esprime anche attraverso il corpo e il linguaggio non verbale, oltre alla padronanza che abbiamo delle nostre emozioni e del linguaggio.

Come ti senti nel tuo corpo quando ti esprimi? Che postura assumi quando cerchi di spiegare le tue ragioni o idee agli altri? Assumere una postura che indica timore, sottomissione, passività, dà un messaggio debole al nostro interlocutore, un messaggio di insicurezza rispetto alla nostra verità, che può quindi essere attaccata e screditata o non considerata. Questo si ripercuote sulla relazione che abbiamo con quella persona (di qualunque natura essa sia), sia sulla nostra credibilità. Vuoi che arrivi questo a chi ti ascolta?

Esercitati davanti allo specchio: spalle dritte, sguardo fisso e prova a parlare per dire qualcosa di importante per te. Registra tutte le sensazioni che senti, e mantieni la postura finchè non hai finito. A volte fare piccoli cambiamenti può fare una grandissima differenza!

Ho scelto la Psicologia

Ho scelto la psicologia fin da piccola. Per passione. Ho scelto che volevo essere psicologa e li volevo arrivare.
Non è stato facile, a volte ho pensato di aver sbagliato tutto e di mollare.

Quando poi ci sono arrivata, con spesso troppa poca fiducia in me stessa, ho sentito che quello era ciò che volevo fare ed essere. Ma era qualcosa di più. Era, ed è, la mia vocazione.

Voglio che questo sia il mio lavoro da qui alla vecchiaia, e per far sì che questo si realizzi, bisogna studiare e non fermarsi mai. Cercare di migliorarsi sempre, non adagiarsi mai.

Il mio obiettivo è aiutare le persone a stare meglio, a non aver paura di sé stesse, a volersi bene, ad autorealizzarsi.
Voglio diffondere la cultura del benessere psico-fisico.
Voglio che le persone non abbiano paura di avvicinarsi al mondo della psicologia.
Voglio che capiscano che prendersi cura della propria anima è importante quanto andare dal cardiologo.

Come farò tutto questo?

– continuando a studiare;
– in stanza con i miei pazienti/clienti;
– attraverso la diffusione, online e fuori, della psicologia;
– attraverso percorsi di terapia di gruppo e di training autogeno.

Questa è la mia missione. Spero sempre di crescere e fare del mio meglio per raggiungere questi obiettivi. Non è semplice, ma le sfide migliori sono quelle che richiedono più energia!

La creatività

Sul concetto di creatività sono state elaborate numerose teorie e definizioni.                                      In passato con questo termine ci si riferiva esclusivamente all’atto di creare qualcosa dal nulla, considerata una prerogativa esclusiva della Divinità. Per ciò che riguarda gli uomini, si parlava più di “invenzione”. A partire dagli anni ’50 la parola “creatività” è entrata a far parte del lessico italiano e si è cominciato a parlarne come di una capacità umana. Inizialmente la creatività è stata considerata una caratteristica dei grandi artisti, ma successivamente è stato sottolineato che è creativo chiunque sia capace di produrre qualcosa di nuovo e utile: un oggetto o una soluzione ad un problema. È stato inoltre dimostrato che questa capacità può essere appresa e sviluppata.                                                                                                                                       

La creatività è considerata espressione tipicamente umana perché si fonda sul possesso di un linguaggio a volte astratto, fatto non solo di parole ma anche di musica, danza, colore, ovvero qualsiasi strumento che permetta all’uomo di esprimere se stesso e di comunicare con il mondo esterno.                                                                                                                                                  

Per Moustakas (1969) essere creativi significa sperimentare la vita secondo un nuovo punto di vista personale, basandosi sulle proprie risorse. Vuol dire anche di più, ovvero avere un atteggiamento coraggioso di ricerca e scoperta del dolore, della gioia, della lotta, del conflitto, della solitudine interiore. La creatività può emergere soltanto dalla ricerca di se stessi. Come si può vedere dunque, il concetto di creatività amplia i suoi confini e spazia su più aspetti della personalità umana.                  Soprattutto, emerge come la creatività non sia più soltanto caratteristica di particolari personalità, ma può manifestarsi anche nelle attività ordinarie della vita, come tendenza a comportarsi in modo creativo (Carotenuto, 2004).

  • La Creatività all’interno della cornice Umanistica e Bioenergetica

Per la psicologia umanistica, i significati e le finalità essenziali dell’esistenza ruotano attorno a due poli: dare e ricevere amore e perseguire creativamente una ricerca o un impegno (De Marchi, 2006). Questo filone psicologico attribuisce alla creatività un ruolo prioritario. Il primo a rivendicare la centralità della creatività fu Maslow (1971), per il quale la creatività è “una potenzialità che tutti, o quasi, gli esseri umani possiedono alla nascita”.

Per la psicologia umanistica è fondamentale il concetto di creatività perché considera la mente umana un sistema aperto, dotato di libertà d’azione e possibilità di cambiamento. Parlando di “atteggiamento creativo”, Maslow afferma che una sua caratteristica peculiare è la spontaneità, intesa come assenza di sforzo volontario. Quest’ultima è garanzia della espressione onesta della natura dell’organismo che funziona liberamente e della sua unicità.                                                                                     Per Lowen (1975) la spontaneità è la qualità essenziale dell’ “auto-espressione”. Quest’ultima è costituita dalle attività libere, naturali e spontanee del corpo. Egli afferma infatti che ogni attività del corpo, dalla più semplice alla più complessa, contribuisce all’auto-espressione. La chiave dell’auto-espressione, per Lowen, sta nel piacere (1984): nella creatività si realizza infatti quella forma di piacere che provano i bambini quando giocano: il bambino non tradisce se stesso quando gioca, ma resta fedele alla propria realtà interiore; in qualche modo si auto-realizza. Nell’atto creativo, il piacere è sia il motore che il risultato dell’atto creativo stesso, visto che ogni atto creativo aggiunge piacere e significato alla vita stessa. “Il piacere nel vivere incoraggia la creatività e l’espansività, la creatività aggiunge piacere e gioia alla vita”. Per essere creativi, quindi, non occorre essere artisti, ma adottare soluzioni creative. Si può essere creativi nella conduzione della propria vita familiare, nel proprio metodo di studio, nell’indossare un abito e così via (Parsi, 2006).

Possiamo fare una distinzione tra fantasia, immaginazione e creatività. Mentre le prime due viaggiano avanti e indietro nel pensiero, riguardando quindi funzioni di esso non concrete, la creatività è agganciata alla realtà, si serve di fantasia e immaginazione e le coniuga con le risorse e i mezzi che l’individuo ha a disposizione per formare un prodotto, il prodotto creativo. Quest’ultimo viene ad essere l’oggetto di espressione di uno stato interno manifestato attraverso l’uso di strumenti, quali ad esempio la pittura, la musica, il movimento e così via. È un mezzo di comunicazione con il mondo esterno.

Fromm identifica cinque condizioni fondamentali per parlare di creatività:

  • La capacità di essere perplessi (tipica dei bambini e dei geni. Riguarda la capacità di ammirare e di stupirsi, viene perduta nel corso dell’educazione che ci viene imposta nella vita. Il messaggio che viene dato dall’educazione è che è nostro dovere conoscere tutto, pertanto lo stupirsi rimanda ad una condizione di ignoranza);
  • La capacità di concentrazione (significa vivere in contatto con la realtà, concentrati sul momento presente);
  • L’esperienza dell’Io (sperimentare il proprio Io come autentico generatore dei propri atti);
  • La capacità di accettare il conflitto (la persona creativa è consapevole dei conflitti esistenti tra il proprio corpo e la propria psiche, li ha sperimentati ed accettati);
  • La disposizione a nascere ogni giorno (riguarda il coraggio di abbandonare qualcosa, così come alla nascita abbiamo abbandonato l’utero materno. Affidarsi alla forza della propria consapevolezza e creatività).

Sempre secondo Fromm, i condizionamenti più importanti che si oppongono all’autorealizzazione derivano dal contesto storico e sociale. L’artista dà libero sfogo al suo bisogno di affermare se stesso. Il soggetto creativo è vivace e possiede una ricca interiorità che contrasta con la passività con cui le persone si adattano alla vita. La caratteristica più importante della creatività è perciò la capacità di gestire la propria interiorità mediando tra sé e il mondo esterno.

Il blocco della Creatività

Come dice Maslow, la creatività «nella maggior parte dei casi si smarrisce, o resta seppellita, o viene inibita a mano a mano che l’uomo si lascia assimilare nella civiltà».

Secondo l’autore, man mano che il bambino viene educato, scolarizzato e socializzato, la sua capacità creativa viene progressivamente bloccata o subisce interferenze, che possono quindi derivare dalla famiglia, dalla scuola e dalla società, che dovrebbero essere invece i luoghi ideali in cui esprimere e sviluppare la propria creatività.

Erich Fromm afferma: “L’uomo che non può creare vuole distruggere”.

Infatti la prima e più grave conseguenza del processo di inibizione della creatività è, secondo l’autore, lo sviluppo della distruttività umana in tutte le sue molteplici forme, non solo verso gli altri ma anche verso se stessi. Quella che lui stesso definisce “aggressività maligna”, ovvero la tendenza a reagire aggressivamente e in modo distruttivo di fronte alle avversità.

Un’altra conseguenza dell’inibizione della creatività è lo sviluppo di un disagio mentale, tra cui ansia, depressione, crisi di panico, fobie, disagio esistenziale. La dimensione creativa dell’uomo può venire infatti alterata o bloccata dal disordine e dalla patologia. Da qui la necessità di far recuperare all’uomo un sano rapporto con se stesso e con la realtà che lo circonda. Occorre quindi favorire nell’individuo la capacità di esprimersi in maniera spontanea.

La creatività nel lavoro psicoterapeutico

Il modello umanistico ha una concezione dell’uomo come unità psicosomatica, con una naturale tendenza a svilupparsi in modo sano. In quest’ottica la psicoterapia viene vista come un percorso in grado di favorire il ripristino della facoltà e delle risorse della persona, e il terapeuta fa in modo di creare l’atmosfera giusta per consentire alla persona di esplorare se stessa in un ambiente sicuro. Il terapeuta affianca e sostiene il cliente nel suo percorso di riscoperta di sé, per restituirgli una relazione più autentica ed appagante, non solo con se stesso, ma anche con la realtà che lo circonda e nella quale è immerso quotidianamente (Parsi, 2006). In particolare, attraverso l’uso di tecniche creative, il paziente viene accompagnato nel suo percorso, affinchè egli possa radicarsi nella realtà e scegliere quali aspetti cambiare e quali soluzioni adottare ai problemi della sua vita. Si favorisce così la liberazione del potenziale creativo della persona, che fino a quel momento era sopito, bloccato. Attraverso il lavoro creativo, l’antico dolore tracciato dentro l’individuo, nel suo corpo e nel suo immaginario, può essere agito, integrato e sostituito da un nuovo pensiero, da un nuovo progetto o da una nuova modalità di affrontarlo, che viene sperimentato concretamente nel setting della terapia.

Il terapeuta si caratterizza come un promotore del pensiero creativo, mettendo a disposizione le sue conoscenze e l’uso degli strumenti che servono al paziente per esprimersi, utilizzando il linguaggio più adeguato per chi è in quel momento nella stanza con lui.

Attraverso le cosiddette terapie espressive l’individuo ha la possibilità di trasformare vissuti negativi e dolorosi in nuove opportunità, partendo dalle risorse che ha a disposizione. In questo processo il terapeuta assume un ruolo importante di facilitatore, colui che agevola e aiuta lo sviluppo del potenziale creativo di ogni paziente, ponendo le migliori condizioni per far emergere il cambiamento da lui stesso, secondo un’ottica umanistica.

Bibliografia:

Carotenuto, A., “Oltre la terapia psicologica”, 2004, Bompiani.

De Marchi, L., LoIacono, A., Parsi, M.R., “Psicoterapia Umanistica. L’anima del corpo: sviluppi europei”, 2006, Franco Angeli.

Fromm, E., “L’atteggiamento creativo”, 1972, in “La creatività e le sue prospettive”.

Lowen, A., “Bioenergetica”, 1975, Feltrinelli.

Lowen, A., “Il piacere. Un approccio creativo alla vita”, 1984, Astrolabio.

Maslow, A., “Motivazione e personalità”, 1973, Armando Editore.

Morino Abbele, F. & Parsi, M.R., “La mente creativa. Dare anima all’anima in psicoterapia”, 2006, Franco Angeli.

Il cambiamento del corpo dopo la gravidanza

Condivido qui un’intervista che ho rilasciato per la pagina Facebook Duemammeunblog.

Domanda n. 1: i nove mesi che accompagnano le donne al parto sono caratterizzati da lenti ma continui cambiamenti nel proprio corpo, oltre che nella mente. I segni della gravidanza diventano sempre più evidenti e spesso attirano commenti e battute poco piacevoli provenienti da chi ci circonda. Come possiamo gestire queste parole che ci feriscono? Come proteggerci e trasformare i segni nel nostro corpo in punti di forza?

Risposta: spesso capita, soprattutto nelle donne che non hanno un rapporto sereno con il proprio corpo, di essere super attente ai cambiamenti corporei nel corso della gravidanza, interpretandoli in modo negativo.

Se a ciò aggiungiamo la suscettibilità ai commenti altrui e gli sbalzi di umore tipici del periodo, questa tendenza può rafforzarsi creando un cocktail potentissimo che può incidere negativamente sulla nostra percezione del corpo e della gravidanza.

Un consiglio che mi sento di dare è quello innanzitutto di imparare ad ascoltare il corpo e i suoi segnali (meglio se questa condizione è già presente prima della gravidanza), accogliere tali cambiamenti come necessari per lo sviluppo della vita che portiamo in grembo, in quanto il corpo ha bisogno di adattarsi e modificarsi per contenere il feto.

In terapia spesso mi capita di lavorare con donne che non si piacciono o faticano ad accettare i cambiamenti fisici, soprattutto dopo i nove mesi. Occorre che la persona torni in contatto autentico con il corpo, un contatto fatto di ascolto e accoglienza di sé e delle proprie imperfezioni, perché sono proprio quelle che indicano la nostra femminilità e la nostra capacità di dare la vita (vedi i fianchi larghi, la pancetta, le smagliature post parto).

Di fronte alle parole che possono ferirci dobbiamo tenere sempre a mente il dono immenso che non solo abbiamo ricevuto, ma che daremo al mondo. Il corpo femminile è eccezionalmente potente, dobbiamo cercare di amarlo per questo.

Domanda n. 2: Dopo il parto i segni non svaniscono, anzi. Proprio ieri parlavo con un chirurgo per un altro tipo di problema e un po’ per curiosità un po’ per interesse, ho chiesto quali soluzioni potevano esserci per la mia pancia e le sue smagliature. Cosa possiamo fare per aiutarci a convivere con un nuovo corpo, che in apparenza non ci appartiene più?

Risposta: tutto parte dall’accoglienza e dall’integrazione della nostra nuova identità di madre con la totalità della nostra persona. Non sono più solo una donna, un’amante, una compagna, sono anche una mamma.

Quando nasce un bambino nasce anche una mamma e questa duplice nascita è un percorso che nella donna comincia già prima del concepimento. L’acquisizione del ruolo di madre spesso è considerato un passaggio scontato, ma non è affatto così. Pensiamo a tutte le problematiche anche di carattere emotivo e psicologico che possono insorgere, che se trascurate portano a serie problematiche psicopatologiche (dalla “Maternity blues” alla depressione post partum, fino ad arrivare alla psicosi puerperale).

La nuova donna che viene al mondo presenta anche un corpo diverso, con il quale si trova a fare i conti. Si tratta di prendersi cura di noi in modo probabilmente diverso. Ci sono ovviamente anche molte soluzioni che una donna può adottare per tornare in forma e sentirsi soddisfatta del proprio corpo, dall’alimentazione all’attività fisica.

Spesso però l’idea di uscire per fare attività fisica o dedicarsi qualche ora può generare sensi di colpa, per via di quello stato di simbiosi nel quale siamo immerse oltre ai soliti commenti di chi ci circonda (“ora sei una mamma, non hai tempo per queste cose”).

Ma ricordiamoci che una madre capace di ascoltarsi e amarsi è una madre più presente, fisicamente ed emotivamente, perché riesce ad essere in contatto con se stessa e a rispondere in modo adeguato ai messaggi del proprio figlio.

Domanda n. 3: Il mondo dei mass e dei social media ci bombarda con immagini di donne che, dopo una gravidanza, ritornano perfettamente in forma nel giro di un mese. Quanto c’è di vero in questi messaggi? Come può una donna “normale” riuscire a non farsi influenzare da questi modelli distorti?

Risposta: Con l’avvento dei social siamo messi di fronte costantemente a stimoli tra i più svariati. In particolare ci viene mostrata l’immagine di una donna perfetta, che sembra quasi finta. Teniamo sempre presente che esistono tantissime tecniche di fotoritocco che aiutano in questo senso; inoltre spesso dobbiamo filtrare i messaggi che provengono dai social, perché non sempre rappresentano la realtà.

Cerchiamo di guardare con benevolenza le nostre piccole imperfezioni e ricordiamoci che si può sempre far qualcosa, come dicevo sopra. Voglio condividere una riflessione più generale legata al tema che stiamo affrontando: così come non esiste un fisico perfetto, non esiste una maternità priva di errori, che sono inevitabili, e momenti bui. Perché non è tutto felice, come spesso sembra apparire attraverso uno schermo.

Per questo è fondamentale che esista una rete attorno alla neo mamma, in grado di supportarla e incoraggiarla, che non si sostituisca a lei ma che la guidi, che le conceda il tempo di riposarsi e rigenerarsi. In questo modo lei potrà essere più indulgente verso questo nuovo compito che l’aspetta, e verso i cambiamenti che sta affrontando. Ricordiamoci che il corpo della donna è la prima casa dei bambini.

Cyberbullismo

Con il termine Cyberbullismo si intendono una serie di comportamenti di bullismo messi in atto via internet, attraverso l’invio ripetuto di messaggi offensivi tramite sms, chat o social network, ad esempio Fabecook. La vittima solitamente conosce l’autore, o gli autori, solitamente compagni di classe o coetanei con i quali la vittima ha un rapporto di conoscenza.

Comportamenti tipici del cyberbullismo consistono in minacce, offese, ricatti, pressione psicologica, messa alla gogna con filmati, invenzione di pettegolezzi sulla vittima.                                                                                                         

Il confine tra un comportamento scherzoso e un atto di vero e proprio cyberbullismo non è sempre ben definito. Di solito siamo in presenza di cyberbullismo quando il ragazzo comincia a sentirsi offeso, umiliato, molestato.

L’autore di cyberbullismo spesso si sente protetto dalla barriera virtuale, che garantisce l’anonimato, e questo lo mette “al sicuro” da possibili reazioni da parte della vittima o da un confronto faccia a faccia. Inoltre ottiene anche maggiore visibilità, avendo internet un vasto numero di utenti. Spesso poi, è difficile cancellare le tracce online, per cui video o messaggi possono venire ripetutamente inviati o condivisi in rete, esponendo la vittima a continue vessazioni. In tal modo la sofferenza di quest’ultima si rafforza.

CONSEGUENZE

Le conseguenze a livello psicologico per le vittime di cyberbullismo possono essere molto serie: perdita di autostima, ritiro sociale, tendenza a chiudersi in sé, fino ad ansia e/o depressione. È sempre difficile, e spesso umiliante, per la vittima parlare di quello che sta vivendo, per cui spesso gli adulti non se ne accorgono o se ne accorgono tardi. Ci sono però alcuni segnali che genitori e insegnanti dovrebbero tenere presenti:  

  • Il ragazzo si mostra arrabbiato, offeso, si ritira in se stesso;
  • Comincia a manifestare sintomi psicosomatici di malessere, come disturbi del sonno, mal di testa, mal di pancia;
  • Il rendimento scolastico peggiora o dice di non voler più andare a scuola;
  • Evita i compagni di classe o altri coetanei;
  • Spariscono soldi o oggetti personali del ragazzo;
  • In classe il clima peggiora, si verificano coalizioni contro alcuni “capri espiatori”;
  • Il ragazzo tende ad isolarsi in classe o ad essere distratto o aggressivo.

COSA POSSIAMO FARE

La migliore azione è la prevenzione, sia a casa che a scuola. I genitori dovrebbero poter instaurare un clima in cui favorire il dialogo e il confronto sul tema, magari interessandosi al mondo dei media, facendo assieme al figlio ricerche sul cyberbullismo o chiedendogli di mostrargli i contenuti che vengono condivisi in rete. Tutto questo dando al ragazzo massima fiducia e disponibilità cosicchè, laddove vi sono dei problemi, si senta libero e sicuro di parlarne ed esternare le sue emozioni e il suo disagio.

È fondamentale che l’adulto non minimizzi o crei tabù sull’argomento e che vi sia un clima di apertura, condivisione e disponibilità all’ascolto. A scuola è fondamentale fare prevenzione prima possibile. Maggiore sarà la conoscenza diffusa sul tema, minore timore avranno gli alunni ad aprirsi. È anche importante per la scuola collaborare con professionisti esperti che possano fornire supporto e consulenza alle vittime e agli insegnanti, così da fornire un aiuto concreto e creare una rete ad hoc, volta a promuovere il benessere non solo del singolo, ma dell’intero sistema scolastico.  

scopri se anche tu sei un multipotenziale

  1. Hai moltissimi interessi, anche molto diversi fra loro?
  2. Inizi qualcosa sull’onda dell’entusiasmo e presto ti annoi?
  3. Hai bisogno sempre di nuovi stimoli?
  4. Hai bisogno di imparare sempre cose nuove e/o acquisire competenze?
  5. Alla domanda “cosa vorresti fare da grande?” rispondi “la maestra, la ballerina, la guardia costiera, la scrittrice”?

Se hai risposto sì ad almeno 3 domande su 5, molto probabilmente fai parte del club dei Multipotenziali!

Ma chi sono?

Definiti tali per la prima volta da Emilie Wapnick, con il termine Multipotenziali si intendono persone che hanno moltissimi interessi e occupazioni, passando rapidamente dall’uno all’altro. Si appassionano, acquisiscono moltissime competenze anche diversa tra loro, per poi spesso annoiarsi e passare all’interesse successivo. Solitamente si sentono strane o sbagliate per questa incostanza.

In realtà hanno moltissime risorse e bisogno di nuovi stimoli molto spesso. Ma è proprio questo che le rende creative, pronte a trovare nuove soluzioni e adattabili a svariate circostanze, comprese il contesto lavorativo.

La storia è piena di personaggi che rientrano in questa descrizione, da Galileo Galilei a David Bowie.

Nel suo libro “Diventa chi sei”, Emilie Wapnick ci spiega come i Multipotenziali possono sfruttare le loro caratteristiche al meglio, coniugando le loro potenzialità per avere una vita più soddisfacente.

Tra i così chiamati “superpoteri dei Multipotenziali” troviamo:

  1. la capacità di sintetizzare le idee;
  2. l’apprendimento veloce;
  3. l’adattabilità;
  4. saper cogliere il quadro generale delle cose;
  5. fare networking, ovvero fare rete tra professioni e competenze diverse.

Ma come possono ottenere il meglio dalle loro passioni e interessi e utilizzarli al meglio anche in ambito lavorativo?

Ecco alcuni spunti:

  1. scegliere un lavoro che consenta di coniugare competenze diverse fra loro;
  2. alternare due lavori, magari part time;
  3. approccio Einstein (avere un lavoro che garantisce un’entrata mensile costante, nel frattempo portare avanti uno o più interessi trasformandoli in hobby);
  4. approccio della Fenice (dedicarsi ad un lavoro/progetto finchè non si è dato tutto, per poi cambiare e reinventarsi).

Per approfondire questo tema, ti consiglio la lettura del libro della Wapnick.

Riflessione: come abbiamo capito, non è sbagliato avere tanti interessi, anche diversi fra loro. Questo stimola la creatività, la curiosità e la versatilità. Molto spesso, quando cresciamo, tendiamo a trascurare o abbandonare i nostri interessi, che vengono sacrificati per la mancanza di tempo. Ma questo per un multipotenziale può essere motivo di sofferenza, in quanto significa soffocare la sua natura. Ricordiamoci che niente ci vieta di coniugare tutte le nostre passioni senza lasciarle in un cassetto a sfiorire. E’ fondamentale per recuperare energie e benessere. Mantenerci aperti e creativi ci aiuta a crescere ogni giorno ed aprirci alla vita e alle sue possibilità di reinventarci!